• Filosofia di Bene

L’Attimo



“Quell’istante… Quella meravigliosa, forte emozione…Perché deve sempre svanire? Anche se capisci subito che è un momento speciale, finisce comunque. Perché non possiamo restare in quell’istante, quella sensazione…? Perché non può durare per sempre come, invece, vorremmo? (da Tales from the loop, 1x03, Stasi)

Goethe conclude il suo Faust (1808) con l’esclamazione “Fermati, attimo: sei bello!”.

Non a caso. Il dottor Faust va alla ricerca del piacere e della bellezza per tutta la sua vita. Accetta la sfida di Mefistofele, che gli promette di fargli esperire un attimo di piacere così alto, da portarlo a desiderare che esso non trascorra mai. Proprio come le parole proferite dalla giovane protagonista della terza puntata della serie tv. Il personaggio della più famosa opera di Goethe deve, tuttavia, cedere la sua anima al diavolo. Come farà in seguito Dorian Gray, per mantenere intatta la sua bellezza giovanile… C’è sempre un prezzo da pagare.


Eppure, nonostante il cambiamento che sempre ci caratterizza, sebbene sia ormai assodato che non ci si possa bagnare due volte nello stesso fiume, quante volte la vita di ciascuno di noi è rivolta alla ripetizione di azioni e scelte che ci hanno condotto, in passato, ad esperire quell’Attimo famoso? Quell’Augenblick, che vorremmo cristallizzare, per non doverci rimettere in moto e faticare nuovamente per esperirlo…eppure esso è, appunto, un “colpo d’occhio”, ovvero fugace come un battito di ciglia. Il tedesco rende benissimo questa fugacità dell’istante.


Faust è, per natura, incline all’accidia, nonostante la sua vita sia fondata sulla consapevolezza della finitudine. Ha studiato di tutto, dall’alchimia alla filosofia, ma la sua sete di sapere non è mai paga. È inquieto e reputa, in fondo, vano ogni sforzo. Proprio per questo si getta in quegli istanti, li anela, vi tende, in maniera coerente allo Streben della letteratura romantica da cui emerge tale opera. Si strugge. La Sehnsucht è il sentimento per eccellenza di questo eroe, così come di molti altri personaggi che hanno reso il Romanticismo il movimento che meglio ha espresso il dolore della tensione alla Bellezza. Cerchi di possederla, di trasmetterla, di esprimerla, di catturarla, ma essa scappa. Proprio come sfiorirebbe la bellezza di Dorian Gray se il tempo non fosse stato sospeso per lui. Tempo e Bellezza non vanno d’accordo. Eppure, ricerchiamo sempre la seconda per esorcizzare il primo. Le persone inclini alla melancholia hanno questa tendenza: non sopportando il peso della propria finitezza, ricadono da un’esperienza all’altra, cercando di vivere l’intensità dei momenti “belli”, anelandovi sempre. Eppure c’è sempre un alone di tristezza che fa da cornice, in quanto sanno che – non appena vissuto – esso passa. Intuiscono già, nel mentre del godimento, che l’angoscia esistenziale subentrerà un secondo dopo. Quando si animano e agiscono per conseguire l’attimo felice, si sentono esaltate, vive, piene di energie, euforiche; non appena esso si compie, ricadono nell’umor nero che caratterizza, a loro avviso, la continuità della vita. Tanto più si è consapevoli della radicata nullità da cui veniamo e cui torniamo, tanta più fame di vita nutriamo. Per questo anche la felicità è pervasa di tristezza. Quando sei quasi in vetta alla montagna, non vedi l’ora di toccarne la cima; però sai anche che non potrai che ridiscenderne la china. Il passato diviene ricordo beato, il futuro la promessa di altra felice bellezza e, in questo turbinio, il presente stesso di cui stiamo parlando mediante l’attimo, viene perso. Qualcosa non torna.


Friedrich Nietzsche affermava:

“La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli”.

Per cui, bisognerebbe essere grati di tale consapevolezza, che è un dono: se per avere “momenti magici”, bisogna soffrire, allora ben venga questa altalena di stati d’animo contrastanti. Eppure qualcosa continua a non tornare. La Bellezza, in cui è custodita anche e inevitabilmente la Felicità, è un qualcosa che possiamo coltivare, anche negli “intervalli”. Forse la coerenza dell’essere consapevole della propria finitudine, non è tanto quella di colui che sceglie di tendere all’attimo nella sua fuggevolezza, bensì quella di colui che reagisce coltivando la finitezza stessa. Come recitano le parole che il padre rivolge alla figlia nel sopracitato Tales from the loop:

“A volte una cosa è speciale perché finisce”.

Queste parole risuonano profondamente nella giovane donna che, grazie al reperimento di un marchingegno, era riuscita proprio a sospendere il tempo, a realizzare quell’attimo eterno che tanto desiderava. Mediante un semplice interruttore, il tempo si ferma e, schiacciandolo, riprende a scorrere. Tutta la puntata si snoda, infatti, intorno a questo esperimento, per arrivare a concludersi – attraverso vicende che non vogliamo spoilerare – con quella affermazione paterna. Nonostante la cristallizzazione dell’attimo, ella comunque non è felice. Dovremmo tutti poter fare un esperimento di questo tipo e, forse, ci renderemmo conto di quanto sia importante apprezzare quello che abbiamo sinché c’è e perché c’è. Un po’ come sprona a fare Sant’Agostino quando afferma che la felicità consista nel desiderare quel che si ha.

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