• Filosofia di Bene

L’incomunicabile



https://www.youtube.com/watch?v=ADt5anp7iJY


Grazie ad un’amica, mi sono imbattuta in questo film. Appena terminato, il senso di oppressione è pervadente. Xavier Dolan, con quest’opera del 2016, comunica perfettamente l’incomunicabilità.


Louis, il protagonista, è un uccellino, come decide di raffigurarlo la cognata mettendogli un gingillo a forma di volatile per segna-bicchiere…


Si rimane interdetti di fronte all’impossibilità di dialogo dei protagonisti, prigionieri del non-detto, e risuonano le parole di Wittgenstein secondo cui “di ciò che non si può parlare è meglio tacere”.

Così sceglie di fare Louis, il protagonista. Affetto da un male incurabile, torna da sua madre e dai suoi fratelli per un ultimo congedo e, teoricamente, per comunicare loro della sua malattia. Eppure non lo fa. La cognata intuisce, ha un’intelligenza emotiva che le consente di farlo. Gli altri, madre, fratello e sorella non possono intuire, troppo in balìa dei preconcetti su di lui, del non-detto relativo al passato, dell’assenza cui il fratello artista affermato li ha obbligati. C’è troppo da recuperare, un’eccedenza che niente può colmare, neppure l’eventuale notizia di un’imminente morte di Louis. Solo Catherine interpretata da Marion Cotillard – riesce, forse proprio perché non fa parte in maniera diretta di quella famiglia in cui, ora, l’unico registro possibile è quello della rabbia, del rancore reciproco e della recriminazione.


Louis tace, quasi per tutto il film. Ascolta gli sfoghi altrui, sempre relativi alla frustrazione personale; ma nessuno gli chiede come stia … Però la madre, ad un certo punto, lo fa: la sua è tuttavia una domanda retorica perché già si dà la risposta: “è evidente che tu stia bene”. Ma noi sappiamo che così non è. Louis abbozza, tace e conferma, con tale silenzio-assenso, quello che la madre vuole sentirsi dire. Così come nella scena finale a tavola. Ci aspettavamo che, finalmente, avrebbe concesso loro la verità rivelando il motivo del suo ritorno in famiglia dopo tanta assenza, invece dice loro quello che vogliono sentirsi dire. E infine intima, con un solo gesto, di non dire nulla sulla verità alla cognata, che lo guarda comprensiva e pregna di dolore.


A volte le persone non sono pronte ad accogliere, ad ascoltare la verità. Preferiscono la rabbia, il risentimento e il rancore alla verità che sta loro di fronte. Meglio non sentire. Meglio non parlare. Meglio non vedere. O raccontare, per l’ennesima volta, delle “domeniche”, come fa la madre di Louis.

Il silenzio del protagonista, la sua scelta di non rivelare, è un estremo gesto d’amore, coerente con la sua decisione di abbandonare anni prima una famiglia in cui non era probabilmente possibile essere se stessi e parlare autenticamente.

La sua sensibilità è aliena, fonte di ammirazione (per il successo cui lo ha portato), ma anche di estraneità: non lo riconoscono. Lui è “diverso”. Anche per la sua omosessualità forse, che amplifica la diversità nella diversità.


Ogni giorno, i ruoli cui siamo soggetti, le maschere che dobbiamo indossare sono fonte di incontro inautentico con l’altro. Rimane il dolore, come ciascuno dei protagonisti del dramma familiare attesta, di non potersi esprimere, condividere, comprendere ed essere compresi. Ci si incancrenisce nel non-detto e il solco che ci allontana anche da coloro che amiamo è nascosto con una toppa.

Si prova rabbia di fronte a questa occasione mancata, eppure si comprende: non bisogna sconvolgere l’equilibrio altrui, non si osa turbare l’immagine di noi che è stata costruita. Non possiamo. Ma il tempo – così ben presente e scandito dall’orologio a cucù che domina diverse scene del film – scorre, inesorabile, ricordandoci la nostra occasione: o si parla o si tace. Ognuno può scegliere la sua strada, ma il tempo concessoci non potrà da solo mettere a posto le cose, donando l’esplicitazione del non-detto ai vari interlocutori “ellittici” … Come “ellittiche” sono le cartoline che Louis mandava ai suoi familiari: così lontano, così vicino. Prossimo per il legame di sangue, alieno per identità. Era il suo modo per dire “Io ci sono. Vi sono accanto, anche se non posso esserci (perché non mi comprendete)”. Ed ellittico è anche il suo ultimo saluto: “Io vi amo, ma non posso dirvelo”, perché la modalità del suo affetto è tarata su altri canoni rispetto a quelli della soggettività altrui.


La vita, la comunicazione non dovrebbe essere ellittica, ovvero sottintendere un elemento essenziale. Eppure, spesso, non può che essere così.

Laddove non si può parlare, è meglio tacere.


Come la scena finale lascia intuire, Louis avrebbe voluto volar via dal cucù, eppure vi ritorna. Sacrificando se stesso per il bene dell’altro. È la sua scelta. Ma probabilmente avrebbe potuto e dovuto trovare la strada per volare via molto prima, quando ancora il cucù scandiva il suo tempo in famiglia.


La possibilità di comunicare il nostro mondo, quello che pensiamo, ciò in cui crediamo e chi siamo, è la condizione di un rapporto autentico anche con l'Altro, da cui ci sentiamo riconosciuti e cui possiamo aprirci. Se ciò non accade, è la fine del mondo … del nostro mondo. In questo caso, ancora più amara perché sappiamo che il "mondo" del protagonista, ovvero la sua Singolarità, sparirà completamente con il male che lo sta conducendo alla fine dei suoi giorni. E quanta amarezza sapere di non poter essere ascoltati da coloro che ci sono più vicini ...


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