• Filosofia di Bene

La Noia e la Cura


“All’ombra dei monasteri una sorda tristezza faceva nascere nell’anima dei monaci quel vuoto che il Medioevo chiamava acedia. Questo disgusto, scaturito dal deserto del cuore e dalla pietrificazione del mondo, è lo spleen religioso. Non disgusto di Dio, ma tedio in Dio. Acedia è il pomeriggio delle domeniche vissuto nel silenzio pesante dei monasteri”. (E. Cioran)

… Ma acedia era anche il pomeriggio delle mie domeniche vissuto nel pesante silenzio della mia cameretta di adolescente. Quante volte, difatti, mi ritrovavo – alla fine di quelle lunghe ore – completamente svuotata, stanca del nulla che le aveva caratterizzate. E il lunedì mattina, al risveglio, la delusione si impadroniva di me, rea dello spreco di quel tempo prezioso di libertà tanto desiderato durante la settimana. Lo vanificavo, rammaricandomene, sebbene incapace di reagire.


L’adolescenza è incline a questo sentimento chiamato accìdia; ma alcune persone vi rimangono predisposte per tutta la loro esistenza, combattendo con essa perché non si impadronisca del Tempo che, maturando, diventa sempre più prezioso. La sofferenza derivante dalla consapevolezza di questa inclinazione è grande, foriera di non-senso, di senso di colpa … Può condurre, se si getta la spugna, sino alla de-responsabilizzazione e alla de-personalizzazione poiché – se sappiamo di essere accidiosi – è inutile stressarsi, obbligarsi ad agire. Tanto vale lasciar correre. Questa débâcle ci rende spettatori delle nostre esistenze, elusivi nei confronti degli altri, a volte cinici e disincantati. La vita è privata di significato. Non esiste più il Senso. Si stagna, languendo. Si diviene abulici.


Non a caso, l’iconografia classica sul tema, la rappresenta come un uomo seduto o dormiente, con lo sguardo perso nel vuoto, astenico. In epoca contemporanea, l’artista Alexander Daniloff la configura come un mostro che fuoriesce quasi da una pallida donna, inscritta in una sorta di cerchio della vita. Un’intera esistenza vanificata. Il sangue che ne fuoriesce nutre il mostro, che fagociterà l’intera vita della languida creatura che l’ha generata… perché l’accidia non emerge all’improvviso, ma è una nostra creatura, cui diamo nutrimento non facendo o indulgendo a determinati pensieri: come quello della Morte, che rende vano ogni sforzo, o quello della fatica, che – sorretta dal precedente pensiero – viene reputata inutile e da “scansare”. Non esiste l’accìdia, di per sé, bensì siamo noi che decidiamo di darle voce.


Noia, spleen, apatìa, indolenza, accìdia. Comunque la si chiami, essa indica quello stato di resa, di malessere pervadente che provoca senso di vuoto, mancanza di senso, incapacità di decidere e inazione.

L’etimologia della parola ci offre un importante elemento di riflessione. Essa, difatti, deriva dal greco ἀκηδία, composta dall’alpha privativa (-) e da κῆδος, che vuol direcura”. Quindi accìdia è, letteralmente, “senza cura”. Cura intesa anche come “preoccupazione”, in quanto è evidente che l’accidioso tenda a vivere senza preoccupazioni. Trovo illuminante questa etimologia perché, nell’accoglierla, è come se ci rivelasse la chiave per poter uscire dall’apatìa medesima: la Cura. Quella stessa Cura cui l’uomo è affidato, come narra Igino, poeta latino del I sec. d.C.:

“La Cura, mentre attraversava un fiume, scorse del fango argilloso, lo prese pensosa e cominciò a modellare un uomo. Mentre considerava tra sé e sé che cosa avesse fatto, sopraggiunse Giove; la Cura lo pregò di infondere lo spirito nell’uomo; Giove acconsentì volentieri. Ma siccome l’Inquietudine pretendeva di dargli il proprio nome, Giove glielo proibì e disse che invece bisognava dargli il suo. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, si fece avanti anche la Terra, e sosteneva che bisognava imporgli il suo nome, dal momento che essa aveva fornito il proprio corpo per plasmarlo. Allora presero come giudice Saturno, il quale comunicò ai contendenti tale giusta decisione: «Tu, Giove, poiché infondesti lo spirito, dopo la morte dell’uomo riceverai la sua anima; tu, Terra, dato che fornisti la materia, riprenderai il suo corpo; ma poiché fu la Cura che lo ha modellato per prima, lo possieda per tutta la vita. Per quanto concerne la controversia sul nome, sia chiamato homo, perché fu creato dall’humus»”.

Come sappiamo, questo mito è citato anche da Martin Heidegger in Essere e Tempo. L’uomo, per essere se stesso, deve affidarsi alla Cura, di sé e delle relazioni con gli altri, affinché possa dominare il suo rapporto col Tempo e non esserne in balìa. L’Essere-per-la-Morte, che definisce l’Esserci – ossia il singolo individuo – rischia di vanificare ogni tensione progettuale per lo stesso; l’unica via d’uscita è ricordarsi e coltivare la Cura cui Giove ci ha consegnati… perché, alla fine, torneremo alla Terra. La Cura è un ponte verso la nostra Autenticità.


Un eroe della Noia è il protagonista del romando di Ivan Aleksandrovič Gončarov: Oblomov. Pubblicato nel 1859, narra le vicende di un proprietario terriero per sorte e non per scelta (Oblomov, per l’appunto), incapace di coltivare, di prendersi cura (appunto) di qualsiasi aspetto della vita in cui è incappato. Dalla terra all’amore, egli si lascia vivere, abitante di quel regno del Man di cui parlava proprio Heidegger, in cui ogni gesto è privato del suo significato in quanto inutile, faticoso, vano. Sono poche le persone che fanno compagnia a questo sbiadito personaggio, che passerebbe le sue giornate sul divano o sul letto, senza neanche vestirsi a volte… L’epilogo di questa vicenda è emblematico di una modalità dell’esistenza da non tramandare: Oblomov avrà, difatti, un figlio Andrej (chiamato così in onore del suo migliore amico, Andrej Stolz), che non verrà allevato da lui, bensì proprio da Stolz, cui viene affidato dalla madre stessa affinché non cresca all’insegna dell’indolenza paterna.

Amara conclusione, certo, ma anche un monito per il lettore. Per evitare di sprecare la propria vita cedendo alla Noia, dobbiamo averne Cura.

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