• Filosofia di Bene

La sorpresa

“La gioia più grande è quella che non era attesa”. (Sofocle)

Proprio perché l’Esistenza si svolge all’interno dei possibili, ecco che – ogni tanto – nonostante il pensiero della necessità cerchi di regolare ciò che accade attraverso previsioni delle conseguenze delle scelte –, qualcosa avviene di inaspettato. Stupendoci, sconquassando i nostri piani e cogliendoci impreparati.


Le sorprese sono belle e sono brutte, è risaputo. Ma esse sono sempre portatrici di un mistero e di un dato di fatto: non possiamo prevedere né controllare tutto. Ci testimoniano che la logica consequenziale, fondata sul principio di causalità, non regge sempre. Perché si verificano delle incognite che rendono – fortunatamente – i nostri giorni imprevedibili e affascinanti, soprattutto quando si tratta di “sorprese buone”.

“Ogni giorno guarda il mondo come fosse la prima volta”,

recita Eric Emmanuel Schmitt nel suo libro Oscar e la dama in rosa. Il giorno, nel suo sorgere ciclico è, eppure, sempre diverso. E così la vita. Questo ci fa pensare che la sorpresa possa essere un atteggiamento da acquisire, cui allenarsi e da coltivare. Perché così possiamo dirigere la nostra attenzione – inevitabilmente selettiva – alla ricerca di ciò che è capace di destare la nostra meraviglia. Proprio quella meraviglia da cui, secondo molti commentatori, sarebbe nata la filosofia per Aristotele:

Gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia”.

Ma la meraviglia è θαῦμα (thauma), che è “stupore”, ma anche “terrore”, “paura terrificante”, “trauma” … Perché anche questi ultimi si frappongono al quieto scorrere della vita e comportano delle domande. Insomma, pensiamo perché l’esistenza è costella di “eventi-sorpresa”. Emanuele Severino esprime molto bene questa sorta di fraintendimento del termine:

“Aristotele dice che la filosofia nasce dal «thauma». Comunemente si traduce questa antica parola greca con «meraviglia». E si va completamente fuori strada perché «thauma», nel suo significato originario, significa «terrore», «angosciante stupore». Per che cosa? Per questa nostra esistenza, per la vita in cui ci troviamo e la cui durezza raggiunge tutti e tutti fa soffrire e tutti angoscia. Poi, sì, ci potrà essere anche quella forma di «Thauma» che è il fenomeno derivato per il quale il filosofo, magari protetto da una fittizia tranquillità, «si meraviglia» di ciò che per l’uomo comune è qualcosa di ovvio”.

Un modo per non esserne in balìa, soprattutto se si tratta di sorprese riconducibili alla seconda accezione del termine, è quello legato all’esercizio dell’atteggiamento della sorpresa. Esso può divenire habitus della meraviglia, quindi una predisposizione costante dell’individuo.


Un po’ come possiamo anche interpretare il concetto di Essere-per-la-nascita che Hanna Arendt oppone all’Essere-per-la-morte di Heidegger. Se l’Esserci è caratterizzato dalla Finitezza che, dunque, accomuna tutti gli esseri viventi, la Singolarità di ognuno sta nella capacità di nascere, di aprirsi ogni giorno alla vita e alle sue incognite, scrivendo la propria storia personale al di là dell’epilogo cui tutti siamo votati. In Vita Activa la pensatrice tedesca difatti sostiene:

Con l’azione ci inseriamo nel mondo umano e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originaria. Il suo impulso, l’impulso dell’azione, scaturisce dal quel cominciamento che corrisponde alla nostra nascita e a cui reagiamo iniziando qualcosa di nuovo di nostra iniziativa […]. Il corso della vita umana, diretto verso la morte, condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano verso la rovina e la distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione e che ci ricorda, in permanenza, che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per cominciare”.

Siamo nati per cominciare… E ogni giorno ne abbiamo l’occasione, possiamo farci sorprendere e trovare il modo per ricominciare anche in seguito ad un evento doloroso.

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