• Filosofia di Bene

Senza gusto e senza olfatto


“E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaio del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attendendo al fenomeno straordinario che si svolgeva in me […]. All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di Maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o ti tiglio” (M. Proust, Dalla parte di Swann)
“Il modo in cui lo spirito è legato al corpo è meraviglioso nella sua interezza e non può essere compreso dall’uomo – e tuttavia proprio questo è l’uomo”. (Agostino, De Civitate Dei XXI)

Che sapore ha la vita? Appena veniamo privati di ciò che caratterizza i nostri giorni, nel bene e nel male, ne sentiamo la mancanza. Quando qualcosa va via, ecco che – col permanere della sua assenza – facciamo fatica a rievocarlo… una reminiscenza impossibile. Senza i sensi e il nostro corpo, da cui scaturisce la presenza del ricordo, perdiamo definitivamente qualcosa. Come quando stentiamo a ricordare i dettagli del volto di una persona amata, che ci ha lasciato… Che cosa sarebbe il ricordo delle Madeleines senza il loro profumo e sapore, ovvero senza il naso e il palato sensibile di Proust? Nulla… come rendere presente ciò che non vi è più?


Abbiamo un bel dire a denigrare il corpo e a metterlo tra parentesi. Molte persone, motivate dalla religione o da un pudore sociale, tendono a mettere in secondo piano la carne di cui sono fatte. Eppure siamo un Tutto: rinunciando al corpo, svilendolo, rinunciamo ad una parte costitutiva di noi stessi.


Da qualche giorno sono positiva al Covid19 e, pur ringraziando per la levità dei sintomi, sento una profonda mancanza, quella appunto del Sapore della Vita. Cucino per me e i miei cari e non capisco realmente cosa stia mettendo assieme perché mi manca ciò che, dentro di me, dà il senso al mio agire tra i fornelli: l’olfatto. Dal profumo riesco a capire se i cibi che sto componendo saranno buoni o meno. Assaggio e nulla: come mangiare “aria”. Non mi sto lamentando, anzi; voglio solo constatare quanto i sensi siano forieri di significanza anche di un gesto quotidiano come la preparazione delle pietanze, attraverso cui mi prendo cura e amo i miei cari.


Senza il corpo, cosa saremmo? È come se esso fosse il luogo in cui risiede la nostra identità, il nostro modo di essere, la nostra individualità. Quando il corpo si ammala, perde un pezzo di autonomia, si logora e invecchia… ecco che anche ciò che siamo, si ammala, perde in autonomia, si logora e invecchia.


Inutile dire che, qualcosa permane anche se il corpo non è più. Che sia luogo dell’anima o che piuttosto questa sia indisgiungibile da esso, il corpo è il ponte con l’Altro: con l’altro-uomo, con l’altro-mondo, con l’altro-ulteriore… Ma sempre da noi stessi, dalla nostra carne si deve partire per poter arrivare o non arrivare all’altro. Se non ho olfatto e gusto, non potrò coronare il messaggio d’amore nei confronti dei miei cari, perché cucinerò all’insegna del caos o di un meccanismo che, ben che vaga, ricorderà a mala pena la bontà ideale cui tendo; se non ho corpo, non posso vivere o esplicare me stesso.


Il corpo siamo noi… Mentre attendevo a questo scritto autoreferenziale e catartico, ho assistito ad una meravigliosa lezione di un docente del master presso cui insegno. Perché permango nel mio essere discente, in maniera coerente allo spirito della filosofia che mai si conclude o si ferma alle certezze precostituite. Ebbene, a fagiolo, il carismatico oratore parlava di come il corpo siamo noi. Se lo sedo potentemente, viene meno la mia coscienza, la mia identità. Altro che assenza di gusto e olfatto: la mia identità si spegnerebbe in concomitanza con l’interruttore che dosa il farmaco nelle mie vene. Come ci ricorda Platone nel Fedone, in cui descrive l'ultimo giorno di vita di Socrate:

“Socrate, seduto sul letto, ripiegò la gamba, se la frizionò con una mano e, continuando a massaggiarla, disse: «Amici miei, che strana cosa sembra essere ciò che gli uomini chiamano piacere! Che singolare relazione naturale esso ha con quello che pare il suo contrario, il dolore! Ambedue non dovrebbero essere presenti contemporaneamente in un uomo, eppure, se qualcuno insegue il primo e lo prende, ecco che quasi sempre è costretto a prendere anche l’altro, come se, pur essendo due, essi fossero tenuti assieme da un’unica testa. Mi pare», egli aggiunse, «che se Esopo ci avesse pensato, ne avrebbe tratto una favola in cui la divinità, volendo riconciliare i due belligeranti, siccome non vi riusciva, ne annodò assieme le teste. Di conseguenza, dov’è presente l’uno, ecco che subito segue anche l’altro, come, del resto, sembra accaduto anche a me, poiché nella mia gamba, là dove c’era il dolore per la catena, adesso pare che sopraggiunga un seguito di piacere»”.

Poi Socrate assume il φαρμακός, (vox media che è “veleno”, ma anche “rimedio”) e si lascia andare seguendo il corso dello stesso, come suggeritogli da chi glielo porta: cammina e, non appena sente le gambe intorpidirsi, si sdraia e aspetta il progressivo scemare delle sue forze vitali… abbandona il suo corpo, per liberare l’anima. Ma poi, le sue ultime parole: rendere grazie ad Asclepio, che ha saputo donare il rimedio stesso, che gli ha reso lieve il passaggio… Quante vite, oggi, grazie alla terapia palliativa, sono implicitamente grate alla Medicina!


Questo fa riflettere. Su tutte quelle condizioni esistenziali, quelle situazioni limite, in cui il corpo viene meno, in cui vi si deve rinunciare, quale ponte tra noi e l’esterno. È ancora possibile reperire un Senso a quelle vite costrette dalle malattie più invalidanti, dalle prognosi più infauste? Io penso di sì, nonostante sia qui ad encomiare l’importanza di un corpo che mi permette di essere anche ciò che sono…




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