• Filosofia di Bene

Speranza e Progetto

“Non è mai alcuna cosa sì disperata che non vi sia qualche via da poter sperare” (Niccolò Machiavelli)


“Solo Speranza, come in una casa indistruttibile, dentro all'orcio rimase, senza passare la bocca, né fuori volò, perché prima aveva rimesso il coperchio dell'orcio per volere di Zeus e gioco che aduna le nubi” (Esiodo, Le opere e i giorni)

Speranza

… Spesso l’abbiamo citata nei post precedenti. Essa fa parte della vita di ciascuno di noi, almeno così dovrebbe essere. Come si fa, difatti, a vivere un’esistenza senza speranza?


Essa è profondamente connessa a quello che, all’interno della visione del mondo di ciascuno di noi, è definito – dai professionisti del Counseling Filosofico – “progetto esistenziale”. Questo costituisce lo spazio della nostra libertà, il nostro terreno di gioco per poter divenire ciò che siamo e realizzare noi stessi in maniera autentica, lottando contro la necessità che fa da cornice alla nostra vita, aperta appunto dalla nascita – che non scegliamo – e chiusa dalla morte, altrettanto ineludibile. Progettare vuol dire essere in movimento, non cedere allo scacco della sorte, bensì pilotare la nave della nostra esistenza assecondando lo slancio vitale, l’élan vital di Bergson, ossia passando da un obiettivo all’altro. Perché la vita è continuo fluire, non staticità, riposo sugli allori né rassegnazione conseguente alle disfatte: è slancio, afflato, tensione perenne al conseguimento delle mète che ci poniamo per individuarci.


La Speranza ha il volto proteso al futuro, quel futuro che ancora non ci appartiene, ma che – grazie a lei – fatichiamo per raggiungere. Quando la Speranza viene meno, il progetto esistenziale rischia di andare in crisi, facendoci percepire uno stallo, un blocco foriero di angoscia esistenziale. Ecco perché essa deve sempre essere tenuta al sicuro dentro di noi, all’interno di quello scrigno pieno di gemme preziose di cui l’iconografia classica ha corredato il vaso di Pandora. Deve essere custodita anche quando tutto va male e si verificano eventi tragici che ci appaiono come insormontabili. Come ci ricorda Machiavelli. Se tutto dipende da come guardiamo il mondo, ecco che l’unico modo che abbiamo per poter rimanere fedeli a noi stessi sia decidere di ciò su cui sicuramente abbiamo il controllo: il nostro pensiero. E questo può essere guidato dal faro dell’ultima divinità, come la definivano i Romani: Spes ultima dea. Quando ogni elemento intorno a noi sembra andare in pezzi, quando pare che siano fuoriusciti tutti i mali e che questi danneggino il nostro mondo, ecco che Speranza viene invocata. Perché essa rimane dentro al vaso come fosse una "casa indistruttibile", recitava Esiodo. Solo così possiamo combattere la lotta contro ciò che non controlliamo, rileggendo questi “mali” alla luce di un pensiero sorretto da lei e, quindi, capace di tenerci agganciati a noi stessi. Ovviamente non è semplice “pensare positivo”, come oggi va tanto di moda suggerire nei momenti di difficoltà, soprattutto altrui. Sant’Agostino, difatti, ci rammenta che

“la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle”.

Sdegno e coraggio. Sicuramente il primo fa padrone immediatamente, quando emerge il problema (o i problemi) che provoca lo stallo esistenziale; ma è il secondo cui dobbiamo guardare, il coraggio: bisogna essere coraggiosi per poter vedere oltre l’insormontabile e realizzarci nonostante tutto.


Giovanni Paolo XXIII forse si ispirava al vescovo di Ippona quando pronunciò le seguenti parole:

“Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare”.

Spesso la sofferenza ci frena ulteriormente; per paura di sbagliare, rinunciamo ad agire, a decidere tra le varie possibilità in cui si snoda la libertà. Perché essa ha un peso, è strettamente legata alla responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri. Quindi, rinunciamo stagnando in esistenze inautentiche, vite che non hanno pertinenza con noi stessi. Invece, se attuiamo il coraggio, possiamo riprendere il filo del nostro “potenziale irrealizzato”, ovvero di ciò che dobbiamo fare e compiere per passare dalla potenza all’atto, per essere noi stessi e tendere al compimento del nostro progetto esistenziale.


Ad emblema di quanto detto sul profondo legame tra Progetto e Speranza, le seguenti parole di Martin Luther King:

“Se perdi la speranza, perdi in qualche modo la vitalità che tiene la tua esistenza in movimento, perdi il coraggio di essere, la qualità che ti aiuta ad andare avanti a dispetto di tutto. E così oggi io ho ancora un sogno”.


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